01/24/2013, corso Tazzoli gypsy camp. Turin, Italy.
Hatzeg, Aninoasa, Petrosani. Le famiglie rom del campo di corso Tazzoli vengono tutte dalla zona carbonifera della valle del Jiu, nel cuore delle terre romene. Diciannove complessi minerari di eredità socialista: ciminiere, gru e blocchi di appartamenti per gli operai. Acciaio e cemento in mezzo alle pinete dei Carpazi. Il lavoro c'era per tutti, prima della rivoluzione. Poi la caduta del regime. Gli ex dirigenti di partito si accordano con le compagnie straniere a suon di marchi e dollari, le miniere vengono vendute, chiuse e poi depredate di tutto. I magazzini svuotati, i macchinari sottratti. Migliaia gli operai senza lavoro. Privatizzazione, la chiamano. Cinquanta di quelle famiglie operaie cresciute tra i boschi e e le miniere vivono oggi nel campo di corso Tazzoli.
Florin viene da Hatzeg, una piccola cittadina a forma di ragnatela, stesa sopra un' angusta conca stretta tra i boschi ed il lago. Niente più che quattro incroci ed un lenzuolo di campi coltivati a valle delle miniere. Florin ha lasciato moglie e figli in Romania per venire qui al campo. La sua casa è appena ultimata: una baracca costruita con vecchie porte e tavolacci, sorretta da quattro pali incrociati. Dei bancali di legno la sollevano di qualche centimetro dal fango. E' ben illuminata da due finestre, ed ha persino un lampadario appeso al soffitto. In mezzo a tutto quel legno, io e Florin ci accendiamo una sigaretta.
"Ti piace come ho fatto la baracca?" Mi domanda lui tirando una boccata. Guardo il pavimento, rivestito di pannelli di finto abete. Mi chiedo se sarei in grado di portare a termine una costruzione simile da solo.
"Sei uno del mestiere". Lo blandisco.
"Allora me lo scrivi il numero? Così ce l'ho anch'io e non ho problemi".
Da qualche settimana ogni volta che visito il campo porto con me un pennarello nero. Ogni tanto scrivo qualche numero, così, per rassicurare le persone. Le baracche sono state numerate dall'associazione durante il censimento, nel novembre del duemilaundici. Da allora alcune sono state spostate, o sono state abbattute e ricostruite, oppure gli è stata aggiunta una roulotte od una piccola veranda od una legnaia. Molti numeri sono stati coperti, hanno cambiato posizione insieme al pannelli di legno od alle porte su cui erano scritti. Alcuni nuovi allestimenti hanno preso il bis, così la roulotte davanti alla baracca 23 è diventata 23 bis. Chi abita le nuove baracche, che sono ormai più di quindici, percepisce il numero come una legittimazione. Cerco ripetutamente di spiegare loro che in caso di sgombero, non c'è numero che tenga. Ma di fronte alla loro insistenza accetto di numerare la baracca.
Tiro fuori il pennarello e traccio un bel 61 sulla porta di Florin. Lui ammira il capolavoro, poi mi guarda con un mezzo sorriso di soddisfazione e mi ringrazia: "Multzumesc mult, Andrej". Grazi Lascio che storpi il mio nome, e gli sorrido di rimando, condiscendente.
Tiro fuori il pennarello e traccio un bel 61 sulla porta di Florin. Lui ammira il capolavoro, poi mi guarda con un mezzo sorriso di soddisfazione e mi ringrazia: "Multzumesc mult, Andrej". Grazi Lascio che storpi il mio nome, e gli sorrido di rimando, condiscendente.
Deep Romania. Hetea village.
Amarcord. Memories from the depths nr° 1.
04/15/2009, village of Hetea, jud. Covasna, Romania.
L'americano ha un nome che sa di America più di ogni altra cosa. Chuck è il diminutivo di Charlie. Charlie Todaro. I nonni migrarono in America negli anni 30, a New York. Il cognome era Totaro, dalla Puglia profonda. Ma gli americani non riuscivano a sentirla né a pronunciarla quella seconda “t”, e storpiavano il nome in Todaro. Così il melting pot ha creato una nuova famiglia. Ci incontriamo al “gipsy bar” di Valcele, un piccolo paese ai piedi delle montagne transilvane. Chuck arriva sotto una pioggia battente. Indossa un vestito liso, un maglione a righe e delle scarpe da tennis. Sotto due occhi sinceri e calmi si fa spazio un naso largo e sformato, da pugile. Un berretto di cotone nasconde un accenno di calvizie. Mi saluta e si presenta con quella gentilezza che sembra imparata a scuola, quella “politeness” niuyorkese che a me pare un po' eccessiva però non affettata. Entriamo nel bar e chiediamo due birre. La birra transilvana più famosa è la Ursus, ma la più bevuta è senz'altro la Ciucas, che i piccoli negozietti o i bar poco formali vendono fresca o quasi a due Lei romeni. Cinquanta centesimi di euro per mezzo litro è un buon prezzo anche per i paesini di montagna come Valcele. Mentre ci sediamo un uomo con cappello e baffi, visibilmente ubriaco, mi saluta sorridente e mi augura buona fortuna: “T-aves baxtalò muro phralo” ed io mi stupisco di sentire parlare romanès fra gli zingari rudari. Buona fortuna, fratello mio. Ringrazio e mi schermisco, perché non è il momento di confidenze alcoliche. Io ed il newyorchese sediamo e cominciamo a parlare. Di zingari ovviamente. Chuck parla un discreto romeno, con un accento americano così marcato che mi fa sorridere, ma ricorriamo all'inglese per scambiarci esperienze ed informazioni che è bene non si diffondano nel bar di paese. Chuck è giornalista, vive in Romania da quattro anni, tenendo come campo base un vecchio centro educativo per bambini rom ormai in disuso. “I live like a monk here”, mi confessa. Al campo base fa una vita da recluso. Valcele è il luogo dove si ritira per riordinare il materiale, raccogliere le idee e scrivere il suo libro. Un libro sui Gypsies naturalmente. Quando non è a Valcele, l'Americano è in giro per la Romania tra le comunità zingare. Mi racconta delle Fanfare din Cozmesti, un taraf, una banda di lăutari, di musicisti molto famosi, amici suoi. Il suo sogno è di fare qualche soldo con il libro e portare le Fanfare a New York, crearsi una sua zingarìa nel Bronx. E di sposarsi una zingara, naturalmente. Murgeni, Hetea, la Pata Ratt di Cluj, Cozmesti, Targu Secuiesc. Le comunità che ha visitato sono tante. Troppe. Sentirlo raccontare le sue esperienze mi fa sentire piccolo. Dopo una seconda birra offerta questa volta da me andiamo a casa. A rat hole, come la definisce lui. Ed ha ragione. La porta blindata si apre su un piccolo corridoio con al fondo una cucina a gas che si scorge a malapena sotto cumuli di arnesi da cucina e avanzi di cibo. Nella sua camera una presa multipla collegata a non capisco cosa pende dal soffitto. Il suo letto è imbottito di coperte, libri e piatti sporchi. La piccola libreria a scaffali e stracolma di carte, sopra una scrivania bianca un cumulo di oggetti di ogni genere, da tubi di dentifricio a tastiere del computer. Una poltrona ed un sofà polveroso, che scopro sarà il mio letto, completano il quadro. In un angolo troneggia una stufa di terracotta. Un capolavoro di artigianato rumeno, una massicciata alta due metri e spessa uno e mezzo, con fauci di ghisa spalancate e nere di fuoco. Quella che vedo io è solo metà della creatura, murata tra due stanze. Il mostro, lustro di lacca scura termo-resistente, somiglia ad una casa di cioccolato croccante. Nell'altra stanza, la vecchia aula adibita a ripostiglio, le pareti tappezzate con i vecchi disegni degli zingarelli, rigati direttamente sul muro. A terra, coloratissimi, si ammucchiano giochi per bambini insieme a quattro pc smontati, un mucchio di legna di scarto, una tenda montata sul pavimento ed un tavolo di abete coperto di noci. Ne sgranocchio una mentre guardo i disegni sulle pareti. Raffigurano casette con comignoli fumanti, cavalli che corrono su prati fioriti e bimbi felici che giocano.
L'Americano, dopo gli onori di casa, si scusa e si rimette a scrivere il suo libro. Io preparo una zuppa di cipolle, per scaldarci un po'. Appena finiamo di mangiare mi sdraio sul divano e mi addormento quasi subito, logorato come sono da dodici ore di viaggio. Il divano è scomodo, cigolante e sformato. Mi sveglio più volte per lo sconforto,e, rigirandomi, vedo Charlie che dorme sotto le coperte, così, vestito com'era, e con il berretto in testa..
Alle dieci del mattino seguente siamo in cammino verso Hetea, un piccolo borgo di zingari rudari, non distante da Valcele ma piuttosto isolato, collegato alla civiltà da uno stretto sentiero tra gli alberi. Marciamo una buona mezz'ora prima di raggiungere il villaggio. Costeggiamo una macchia d'alberi, poi seguiamo la strada curva a sinistra sbucando in cima ad un dosso. In basso, gettati a caso come un tiro di dadi, crocchi di casette squadrate, fatte di tronchi e lamiere, riunite quà e la a grappoli, disordinatamente cresciute lungo dei sentieri sinuosi battuti dagli zoccoli dei cavalli. Alcuni bambini giocano nei prati mentre un paio di carretti attraversano i campi diretti in città. L'immagine mi ricorda i disegni dei bimbi nel rifugio di Chuck. Ma la realtà non è così bella quando non è colorata a pastelli. Mano a mano che ci avviciniamo alle case, noto che hanno una tripla numerazione. Interrogo l' Americano in proposito, e scopro che il primo numero lo ha messo il comune di Valcele, e dovrebbe essere il civico ufficiale, quello dove arriva la posta (arriva la posta qui?). Il secondo numero, un poco più piccolo e di colore blu su targa bianca, lo ha fatto affiggere Partida Romilor, il Partito dei Rom, in funzione del loro censimento. L'ultimo lo hanno messo gli Olandesi. Sono venuti qualche anno fa. Erano di una qualche associazione di ispirazione cristiana. Hanno cominciato a costruire qualcosa Poi hanno abbandonato tutto. Di loro sono rimaste solo le fondamenta di una costruzione di cemento, rase rase come i resti di una domus romana, vestigia di un antico interesse venuto da lontano ed ormai svanito. La Domus Olandese ed una specie di capanno degli attrezzi fatto di rami d'albero con un Pippo sulla porta, sono tutto ciò che degli Olandesi rimane. Oltre, naturalmente, alla terza serie di numeri civici.
Numeri che, da simboli di legittimazione, diventano testimoni dell'abbandono, metafora dell'oblio, emblema di vacuità. Numeri per gli zingari.
L'Americano, dopo gli onori di casa, si scusa e si rimette a scrivere il suo libro. Io preparo una zuppa di cipolle, per scaldarci un po'. Appena finiamo di mangiare mi sdraio sul divano e mi addormento quasi subito, logorato come sono da dodici ore di viaggio. Il divano è scomodo, cigolante e sformato. Mi sveglio più volte per lo sconforto,e, rigirandomi, vedo Charlie che dorme sotto le coperte, così, vestito com'era, e con il berretto in testa..
Alle dieci del mattino seguente siamo in cammino verso Hetea, un piccolo borgo di zingari rudari, non distante da Valcele ma piuttosto isolato, collegato alla civiltà da uno stretto sentiero tra gli alberi. Marciamo una buona mezz'ora prima di raggiungere il villaggio. Costeggiamo una macchia d'alberi, poi seguiamo la strada curva a sinistra sbucando in cima ad un dosso. In basso, gettati a caso come un tiro di dadi, crocchi di casette squadrate, fatte di tronchi e lamiere, riunite quà e la a grappoli, disordinatamente cresciute lungo dei sentieri sinuosi battuti dagli zoccoli dei cavalli. Alcuni bambini giocano nei prati mentre un paio di carretti attraversano i campi diretti in città. L'immagine mi ricorda i disegni dei bimbi nel rifugio di Chuck. Ma la realtà non è così bella quando non è colorata a pastelli. Mano a mano che ci avviciniamo alle case, noto che hanno una tripla numerazione. Interrogo l' Americano in proposito, e scopro che il primo numero lo ha messo il comune di Valcele, e dovrebbe essere il civico ufficiale, quello dove arriva la posta (arriva la posta qui?). Il secondo numero, un poco più piccolo e di colore blu su targa bianca, lo ha fatto affiggere Partida Romilor, il Partito dei Rom, in funzione del loro censimento. L'ultimo lo hanno messo gli Olandesi. Sono venuti qualche anno fa. Erano di una qualche associazione di ispirazione cristiana. Hanno cominciato a costruire qualcosa Poi hanno abbandonato tutto. Di loro sono rimaste solo le fondamenta di una costruzione di cemento, rase rase come i resti di una domus romana, vestigia di un antico interesse venuto da lontano ed ormai svanito. La Domus Olandese ed una specie di capanno degli attrezzi fatto di rami d'albero con un Pippo sulla porta, sono tutto ciò che degli Olandesi rimane. Oltre, naturalmente, alla terza serie di numeri civici.
Numeri che, da simboli di legittimazione, diventano testimoni dell'abbandono, metafora dell'oblio, emblema di vacuità. Numeri per gli zingari.