venerdì 21 dicembre 2012


The Fat Rat Bastard.

The Illusion of Coincidence

Ode to rats

12/21/2012.  Corso Tazzoli camp,Turin, Italy. 
Esco dal campo con in bocca il guisto amaro del caffè ed un nodo allo stomaco. Eppure il caffè era buono. L'ho bevuto insieme a Jusuf, un nome arabo per un rom piccolo e simpatico, con una moglie di gran carattere e sempre un poco arrabbiata.
Appena finito il giro con il tecnico derattizzatore, Jusuf mi ha invitato a bere il caffè nella sua nuova veranda Ho il sospetto che presto quella veranda diventerà una nuova stanza della baracca.
Oggi era in programma la ricarica delle scatole erogatrici di veleno per topi. Io con la mappa a cercare le scatoline, il tecnico dietro a riempirle di cibo rosa avvelenato. Il tecnico è, per coincidenza, romeno, come gli zingari del campo. E, guarda la coincidenza, si chiama Andrei, come me. 
Andrei mi spiega che il veleno è una ricetta segreta. Solo il capo la conosce, e prepara la micidiale mescola lui stesso, chiuso in laboratorio.  Me lo ricordo, il capo. Si chiama Lorenzo Minutti. Ma noi del team lo chiamiamo solo "Topolin". Topolin parla dei ratti come se dovesse allevarli, non ucciderli. "L'infestante si chiama rattus norvegicus", mi rivela. Descrive con perizia le abitudini, l'indole, persino i gusti alimentari di quegli enormi ratti bastardi. "Quella dei ratti è una società complessa - mi spiega - ci sono ruoli ben definiti: per esempio quando vogliono colonizzare una nuova area, mandano avanti gli esploratori, mentre le femmine ed i piccoli rimangono indietro. Quando la zona sembra loro abbastanza sicura, vanno a chiamare il resto della colonia.". Anche riguardo al cibo hanno delle strategie: "Se un ratto mangia un certo tipo di cibo e muore poco dopo -continua Topolin-  la sua morte serve da esempio agli altri, e quel cibo non viene più toccato. Ecco perchè va periodicamente cambiato il tipo di esca, perchè non la riconoscano." Quando Minutti mi parla di ratti, me li fa quasi piacere. Oppure, se non proprio piacere, me li fa comprendere. Forse è vero che il primo passo verso l'accettazione è la conoscenza? Può darsi, ma il postulato non riguarda noi ed i ratti: infatti siamo qui per ucciderli. 
Andrei, il tecnico, è un tipo pratico e deciso, qualità che tra i romeni si incontrano spesso. Sguardo accigliato, ma con occhio vispo. Sorriso ampio, ma a mascelle serrate. Gli infiniti contrasti del carattere nazionale sono ben rappresentati da questo ragazzo di Bacau. Ci muoviamo nel campo rapidi, individuando le trappole da riempire. Ma il vero lavoro è parlare con le persone, spiegar loro cosa facciamo, come funziona il veleno, perchè non mettiamo una trappola per baracca (non ne abbiamo abbastanza, le trappole costano). Alcuni non credono servirà, altri invece sono più ottimisti, pochi addirittura ci benedicono. Una donna ci insulta da lontano in romanès perchè non le spargiamo un po' di veleno sotto al letto a lei che ha un topo in casa. Una volta finito il lavoro, beviamo insieme un caffe al bar, che Andrei insiste per pagare (anche questo Tipical Romanian), fumiamo una sigaretta e poi lui se ne va. Io torno al campo, a bere un altro caffè nel portico di Jusuf. Mentre sorseggio quel nero liquido dolce e denso, qualcuno mi chiede perchè il veleno lo mettiamo nelle scatole. Per i bambini, rispondo io, perchè non riescano a raggiungerlo e mangiarselo. Già, i bambini. Chissà come deve essere crescere al campo. Non riesco ad immaginarmelo, anche se ci provo, lì per lì, mentre sorseggio il mio caffè. La giornata è bella, il caffè è buono, ma in bocca ho un gusto un po' amaro, e un nodo allo stomaco che non se ne va. Sento il bisogno di confrontarmi con qualcuno e, coincidenza, Roxanne mi chiama. Le spiego le mie sensazioni e lei le coglie al volo. "Anche io quando esco dal campo ho il magone -confessa- perché vedo i miei bambini in mezzo al fango mentre io me ne torno alla mia casa con tutti i comfort." I miei bambini, dice, come se fossero davvero suoi.
So that's it. Quindi è il senso di colpa che mi lega lo stomaco? E' il pensiero dei bambini che mi amareggia? Mi sento ancora confuso. 
I ratti mandano gli esploratori quando vogliono colonizzare un'area. Per coincidenza, anche gli esseri uomani agiscono così. Anche i rom del campo hanno migrato in questo modo. I mariti sono venuti prima, hanno cercato il posto, allacciato rapporti, trovato una fonte di reddito. Quando si sono sentiti abbastanza sicuri, le mogli li hanno raggiunti. Poi, per ultimi, sono venuti i figli. Qualcuno, in passato, aveva suggerito che la soluzione al problema Zigeuner dovesse essere definitiva, decisiva, finale. Adorno ha detto che Auschwitz comincia quando si guarda un mattatoio e si pensa che sono soltanto animali. A quale animale avranno pensato i Nazisti mentre programmavano le deportazioni dei rom? O forse il solo essere Zigeuner era già disumanizzante a sufficienza?
Finisco il mio caffè e mi congedo, incamminandomi piano verso l'auto parcheggiata fuori dal cancello del campo. Il Campo. Gli zingari lo chiamano platz, parola tedesca che significa spazio. Ma si potrebbe benissimo chiamare favela. Bidonville. Shantytown. Slum.   Il mio malessere persiste, ed ancora non ho deciso se credere o no alle coincidenze.

giovedì 13 dicembre 2012

La "soba din butelie"

Steady Girl

What has a girl to do?

12/13/2012. Crossroads between corso Tazzoli and corso Salvemini, Turin, Italy.
Ottanta euro. E’ questa la posta, la riffa, il montepremi. Ottanta euro potrebbero fare la differenza. O almeno potrebbero accorciare il salto tra due vite differenti.
Ancutza è al semaforo insieme alla sua amica Ana. Le auto arrivano a fiumi, si fermano. Ripartono. A sinistra vanno verso la città, diritto verso Mirafiori, l’enorme fabbrica con le ciminiere che si alzano al cielo sinistre, grige come canne di fucile. A destra si va alla tangenziale e poi, verso sud, da qualche parte c’è il mare.
Ancutza cammina svogliata tra le macchine ferme al rosso. Accenna una questua, poi un’altra. Le auto ripartono. Ritorna sul marciapiede un poco strascicante e si siede sui talloni accanto a me.
“Chiedi a Rose se può darmi 80 euro. Così compro una roulotte.” Fa lei convinta. 
“Come una roulotte? Con solo ottanta euro?! Replico interdetto.
“Per voi italiani ci sono altri prezzi” Sorride sorniona. “E poi non è bella, sai, è da aggiustare” 
Prendo il taccuino ed annoto diligente il nome di Ancutza con  un 80 cerchiato vicino. Lei prosegue: “Non è per me, è per i miei figli. Così li faccio dormire lì che dormono più bene.” Annuisco, prometto di parlarne con Rose, ma conosco già la risposta. Non forniamo aiuti economici ai singoli, salvo rare e parche eccezioni. Non siamo un’opera pia, non facciamo elemosine. 
Ancutza vive in una baracca che è poco più grande del mio bagno, con il marito Virgil e i figli Ionel e Bianca. Nel matrimoniale dorme lei con la figlia, mentre marito e figlio dormono per terra, su di un materasso che poggiano per la notte. 
Quando numerosi si dorme in spazi ristretti, è più difficile prendere sonno. Basta qualcuno che si alza per bere un bicchier d’acqua e tutti gli altri si svegliano. In più nella baracca, costruita con materiali di recupero, se la stufa è accesa è come stare in un forno, ma, non appena il fuoco si estingue, si gela.
Così i figli di Ancutza dormono male, si svegliano stanchi e non vogliono andare a scuola. La roulotte, meglio isolata termicamente, potrebbe finalmente fornire lo spazio ed il calore necessario per riposare bene.
Ancutza non si vergogna di mendicare al semaforo. Tutto quello che possiede è dentro una baracca di due metri per due, quattro assi di legno scadente inchiodate ad un tetto di lamiera ondulata. Una radio, un letto, due sedie, qualche pentola.
“Se posso comprare la roulotte ce la facio la stanza per bambini, così possono dormire bene ed essere attenti la scuola. Io sono rimasta in urma, non voglio che anche i miei figli restano in urma anche loro”
Ancutza alza il culo dai talloni e torna al lavoro. La mano tesa verso i finestrini chiusi delle auto, sperando che qualche vetro si abbassi.  In tre ore ha raccolto due euro e venti. Al semaforo dell’altro incrocio, un giocoliere rotea le sue clave, poi passa alla questua anche lui. Per il giocoliere qualche vetro si apre, dal vetro una mano allunga qualche spicciolo. Altro vetro, altra mano, altri spiccioli. La concorrenza e la competizione sono arrivate anche qui. Ai semafori.
Saluto e mi incammino verso il campo, lasciandomi in urma Ancutza e le ciminiere Fiat.
Non ci sono speranze per Ancutza di recuperare da noi ottanta euro. Ma forse potremmo insegnare ai rom come giocolare.