giovedì 29 agosto 2013

The Importance of Being Begu.

Shoeshine.

The Importance of Being Begu.

23/07/2013, Lungostura Lazio gypsy camp, Turin, Italy.
Begu entra in scena mentre sto conversando con una giovane ragazza, che scopro essere sua nipote. Saluta i presenti con un sorriso bacato, un dente di platino malmesso luccica sotto le labbra distese. Allunga la mano e me la stringe, con fare dimesso ma gentile. Sono sempre felice di incontrare Begu. Ha un tono calmo, dal timbro basso ma dalla parlata svelta, che segue il ritmo dei pensieri che si avvicendano rapidi. E' saggio, Begu. Non ha molti mezzi per tenersi informato, ma quei pochi li usa bene. Mi scopro a parlare con lui di politica, di migrazione, di società a confronto. Nella loro semplicità le sue parole sono ponderate, le sue opinioni valutate con cura, le sue argomentazioni accuratamente elaborate. Non è un tipo che parla a vanvera. Decine di tatuaggi da galeotto gli ricoprono le braccia, ma è quando sorride che lo preferisco: è un sorriso che gli impegna tutto il volto, dalla fronte al mento, e quando arriccia le labbra mostrando ciò che rimane dei suoi denti, la voce si abbassa di volume ma cresce di tono, come se il sorriso venisse dalla pancia. Qualche mese fa Begu aveva comprato un bar, pagato in contanti, e ci  aveva infilato dentro persino un biliardo. Parecchia gente del campo si riuniva là, la sera, giocando a carte e bevendo birra fresca. Da qualche giorno un intervento dei carabinieri ha chiuso il bar. Esercitava senza licenza. Sai che scandalo, in un insediamento abusivo. Mi manca il bar di Begu, ora che non c'è più. Mi piaceva, dopo un pomeriggio di lavoro, infilarmi sotto il basso soffitto della baracca 21, penetrare l'atmosfera fumosa e pregna di sudore, superare il biliardo salutando i presenti e sorseggiare una birra seduto su di un sofà di recupero, magari accompagnandola a qualche salsiccia affogata nella senape. Ora che il bar è chiuso da sigilli bianchi e rossi con la scritta carabinieri, Begu riesce comunque a vendere bevande sottobanco, con grande soddisfazione mia e di tutta la gente del campo, perché poter bere una birra ghiacciata in un campo dove nessuno ha il frigorifero e la temperatura, in estate, è tropicale, non ha prezzo. 
Al campo tutti sanno che la moglie di Begu si prostituisce. Ed anche la figlia maggiore. Eppure, non so perché, non riesco a giudicarlo, questo vecchio uomo, incanutito dal tempo e con i sorridenti occhi grigi affaticati dalla vita. Gli mostro le foto che Stefan, il fotografo, ha fatto qualche domenica prima, durante una giornata al campo, quando trovammo ristoro ed ispirazione proprio qui, davanti al suo bar, seduti ad un tavolino sbilenco a sorseggiare birra fresca sotto un sambuco. Con un certo stupore, noto che si emoziona a guardarle. Si sofferma su di un' immagine del nipotino, che rimira le sue scarpe lucide, indossate per noi, per farsi fotografare. Sullo sfondo, le baracche del campo. Begu osserva in silenzio, poi commenta , con una certa amarezza: "Guarda, mi sembra uno di quei bambini di strada come se ne vedono ancora, in Romania, sai?". Io rimango interdetto, e taccio. Scorrendo ancora qualche foto, arriva una bella immagine delle sue due figlie, in posa davanti alla loro catapecchia. Percepisco un fremito d'emozioni, poi osservo i peli delle braccia di Begu che si sollevano, ed un profondo sospiro si leva dal suo petto. Un soldo per i tuoi pensieri, amico mio. Nella foto successiva c'è solo la figlia minore, mentre si ravviva i capelli e guarda, sorniona, dritta in macchina. "E' bellissima vostra figlia, signor Begu". Non manco mai di rivolgermi a lui con l'espressione romena più rispettosa, quella dovuta agli anziani. "E' in Romania ora – mi spiega – fino a che non comincia la scuola la faccio stare a casa. Să scape de plaţu ăsta nenorocit.” Perchè sfugga da questo maledetto campo. Fa per restituirmi le foto, ma io declino con un gesto deciso. “Le foto sono per voi, domnu'”. Mi ringrazia, con le lacrime agli occhi, credo, ma non potrei giurarlo. Qualche minuto più tardi, mentre cammino mesto verso l'uscita del campo, mi viene in mente quel vecchio re greco, che trascina la propria figlia al sacrificio, per placare l'ira di una dea ostile e propiziarsi la vittoria in una guerra cruciale. A Begu non è bastato sacrificare sé stesso, né sua moglie. Ha immolato sull'altare anche la figlia più grande, ormai entrata nell'orbita nefasta della vita del campo. Tutto per salvare il nipote e la figlia piccola. I suoi due tesori nel cofanetto. I suoi due fiori nel letame. Mi sforzo di dipingerlo come un approfittatore, uno sfruttatore, un mostro. Mi sforzo di giudicarlo, di disprezzarlo, di detestarlo. O, almeno, di escluderlo professionalmente dalla lista degli zingari meritevoli. Non ci riesco. Domani, alla fine della giornata, so già che berrò con lui una birra fresca, all'ombra di un sambuco, e mi godrò un'altra chiacchierata da bar.


"..Any man's death diminishes me, because I am involved in mankind,
and therefore never send to know for whom the bell tolls, it tolls for thee."
                                                                                  
                                                                                    John Donne. Meditations. 1624.






sabato 27 aprile 2013

Descente aux Enfers.

Project Runway

Coffee, cigarettes and rat paws.

23/04/2013, Lungostura Lazio gypsy camp, Turin, Italy.
Nella baracca numero 47, i due fratelli Miel, Juka e Cosmin, siedono sul letto, con i capelli stropicciati e lo sguardo liquido. La sorella Daniela, inginocchiata in terra in una canotta sudata, ravviva il fuoco che arde in una bombola a gas trasformata in stufa. Oana siede vicino a me su di un vecchio divano di recupero. Su di un tavolino basso, una bottiglia di grappa mezza vuota.
Sorseggio il mio caffè, e noto che la tazza ha ancora i segni di quello precedente sui bordi. Trovo un angolo che mi pare intonso, e bevo.
Mi giro una sigaretta, il che incuriosisce molto Juka. Osserva le mie mani con attenzione. Chiudo la cartina con un guizzo di lingua ed un'abile torsione dell'indice. Gliela offro con garbo. Lui mi ringrazia e accende soddisfatto.
  "Anche io le faccio, ma con il giornale - mi spiega – ti faccio vedere come si fa. Così non spendi più i soldi in tabacco."
Mi fa segno di aspettare. Poi domanda alla sorella di qualcosa che non capisco. Da sotto il tavolino lei tira fuori una pagina di giornale piegata a busta, piena di mozziconi di sigaretta. Juka ne svuota tre dentro un piccolo brano di giornale, sistema un filtro  usato e poi chiude il cilindro, dandogli una bella leccata. Accende, dà un tiro e mi porge quella cicca di recupero: "Se non vi fa schifo, tirate una boccata". Me la offre con un fare sottomesso, con un'attitudine teneramente umile, dandomi addirittura del voi, il che, tra quasi coetanei quali siamo, dimostra un riguardo quasi imbarazzante. Come posso rifiutare senza offendere? Vieppiù che ho bevuto ormai dalla sua tazza sporca, se fumo uno dei suoi mozziconi ormai non credo cambi alcunchè. Aspiro due boccate pensando a quante patologie sono trasmissibili con la saliva. Non sembra nemmeno così male, il sapore. Prendo ancora una nota poi ripasso indietro.
  "Non spendere più bani per il tabacco ". Mi ripete. "Fai come me."
  "Ma così si può forse risparmiare un po', ma le sigarette bisogna comunque comprarle, no?" Ribatto io, ingenuo, pensando che i mozziconi vengano dal posacenere domestico.
  "Ma certo che no – insiste lui – io queste le raccolgo per strada".
Certo nessun posacenere è meglio fornito di cicche come i marciapiedi. Rimango interdetto per un secondo, ma non c'è più niente che possa fare, tranne ingoiare il rospo e sfoderare la mia poker face. Oana, accanto a me, sorride divertita.
La baracca è quattro metri per due e mezzo. Ci dormono e mangiano cinque persone. Daniela si è separata da poco. I suoi due fratelli l'hanno accolta in casa perché con il suo compagno non poteva più rimanere: "Era troppo geloso". Svela lei, attizzando, sudata, le fiamme della stufa con un pezzo di legno fumante. Il mio volto è solida pietra, eternamente scolpito nell'espressione del devoto interesse e della sincera comprensione. La osservo lì, accucciata con il culo sui talloni: il divampare vermiglio del fuoco puzzolente, da legna di scarto, il cui riverbero fuoriesce dalla bocca aperta della stufa, le illumina solo metà del viso, distorcendo ombre sui suoi lineamenti sgraziati. Il sudore le ricopre la fronte e le appiccica i capelli alle tempie. Le ascelle, appoggiate ai ginocchi, sono ornate di lunghi peli gocciolanti. Quando parla, mostra una bocca vuota di denti. Eppure non è poi tanto vecchia, Daniela. Lei confessa, senza spiegarselo, di attirare uomini gelosi. Il suo primo ed unico marito legale era anche un alcolizzato. Spesso lo ritrovavano, la mattina presto, appoggiato ad un muro, incosciente, svenuto, in un sonno comatoso. Una notte il sonno alcolico lo ha colto mente fumava, sdraiato a letto. Quando lo hanno trascinato fuori dal braciere della baracca in fiamme, la pelle ormai era carbonizzata.
  "Dalla vita in giù sembrava un maiale allo spiedo". Precisa lei, crudamente "E' rimasto cinque giorni ad agonizzare in ospedale".
Deglutisco sonoramente un sorso di caffè. Juka, forse per sdrammatizzare, mi offre della grappa. Oggi è il compleanno di suo fratello Cozmin. Tanti auguri, tanta salute, cento di questi giorni. Cozmin, seduto accanto a lui ed assorto in un mutismo alcolico, ringrazia con un sorriso vacuo.  La grappa è artigianale, di prima qualità, fatta con le prune, molto forte ma morbida e profumata. Appena la assaggio, i ricordi si risvegliano, come se la mia memoria si fosse nascosta sotto la lingua, ed io, per un attimo, mi ritrovo in Romania a sorseggiare ţuică fiartă cu piper, una grappa bollita con il pepe, servita in una lunga tazza, davanti ad una stufa di terracotta a Romaneşti, il quartiere gitano, mentre Silva l'armena mi legge il fondo del caffè. Ma forse i ricordi si mescolano.
  "Begu ha regalato a mio frate questa bottiglia di grappa, delle patate ed un pacco di caffè. Com'è il caffè, buono?"
  "Buono". Assicuro io con tono serio, baciandomi le punte unite di pollice ed indice in un gesto eloquente. Per dimostrare il mio apprezzamento prendo un'altra sorsata dalla mia tazza sporca.
  "Aveva questo pacco di caffè da un chilo che voleva buttare via perché era bucato e dentro, dice, ha trovato un picior de şobolan. Ma io gli ho detto: 'dallo a me! Io lo bevo'". Mi sorride compiaciuto. Io rimango disorientato. Ho il dubbio, anzi la speranza, o meglio l'ardente desiderio di aver capito male. Considero i possibili significati, ma chiunque parli un romeno elementare sa che şobolan è il ratto, e picior il suo piede. Il volto di Oana, che trattiene a stento il riso, mi conferma che ho inteso bene. Inghiotto il caffè galeotto e scambio con Oana un'occhiata significativa. Lei non l'ha bevuto, il caffè. Juka, versandomi un altro bicchiere di grappa, mi concede uno sguardo schietto, con i suoi occhi sanguigni iniettati di alcool. Io ricambio lo sguardo e poi, senza motivo apparente, entrambi sgorghiamo in una risata sincera e brindiamo: "Traiasca tuica!". Viva la grappa!





Sadova: Cuptor de cărămizii.
  
Flashback.

08/17/2009. Unknown village near Băilesti, Dolj, Romania.
Arriviamo a Băilesti in una rovente mattina di giugno. Entriamo in paese lungo la strada principale, ma invece di fermarci al municipio proseguiamo oltre fino a che le case spariscono, e la statale ritorna a srotolarsi nei campi. Lasciamo la macchina a bordo strada e proseguiamo a piedi lungo uno stretto sentiero che scende in un lieve avvallamento. C'è del fumo che sale in lontananza, e si sente odore di insediamento umano, anche se ancora non si vede alcunchè. Superato un dosso finalmente scorgiamo la comunità di costorari di Băilesti. Una manciata di casette misere, a mattone nudo e con i tetti di lamiera, alcune a malapena in piedi, piene di buchi od appoggiate pericolosamente su di un fianco. Noto alcuni carretti malconci tirati da cavalli smagriti, quei tipici carretti romeni con quattro ruote gommate come se ne vedono ancora tanti, specie nelle zone più povere. Tra le case scorrono degli sconnessi tratturi di terra battuta: uno di questi porta a tre curiosi manufatti di mattoni, senza alcuna apertura fatta eccezione per delle piccole feritoie in cima che, come piccoli comignoli, fumano un vapore bianco, denso. Sono cuptoarele de cărămizii, i forni per cuocere i mattoni.
Ci avviciniamo ancora, camminando quasi in fila indiana. Siamo l'equipe di contatto e mediazione di Terre des Hommes al completo. Quattro persone: Eduard, l'operatore rom che è ormai divenuto il mio Virgilio, e mi guida in nelle diverse realtà di vita delle comunità zingare. Edu, con fierezza, ostenta con il vestiario ed i modi le sue origini zingare , difficili da nascondere, in ogni caso, visto il colore bruno della sua pelle. Stefan, il responsabile delle relazioni con i gruppi di lavoro delle diverse località coinvolte nel progetto. Ha due occhi verde ghiaccio, che, se non fosse così insicuro, sarebbero un'arma formidabile nelle relazioni umane. Stefan è romeno, come lo è anche Viktor, l'autista. Quest'ultimo, non relazionandosi con nessuno tranne i nostri fornitori e l'automobile, è l'unico che non deve combattere i suoi pregiudizi. Lui odia gli zingari, punto e basta.
Mano a mano che ci appressiamo alle case scorgo nuovi dettagli: il terreno tutto intorno è privo d'erba,  Nessuna abitazione è minimamente intonacata, ed i mattoni, cotti dal sole, sono dello stesso colore scuro del selciato. Una landa bruna con delle catapecchie ombrose. Gruppetti di bambini scorrazzano inseguendo i loro giochi. Poco prima di raggiungere l'abitato, noto delle grosse buche, scavate nella terra nera senza un'ordine preciso, profonde due o tre metri. Da qui hanno estratto l'argilla per fare i cărămizi, i mattoni di terracotta.
A parte i bambini non si vede anima viva. Poi da dietro un mucchio di fascine spunta una vecchia zingara ad accoglierci.Pe cine căutaţi?” Domanda. Chi cercate? Io apro la bocca per risponderle, ma le parole mi muoiono in gola. La vecchia ha un vestito completo da costorareasă: un unico pezzo viola scuro, smanicato, che termina con una gonna lunga che lei ha però arricciato sopra il ginocchio. I piedi nudi sono ricoperti di fango, segno che la nonna stava mescolando l'argilla per i mattoni. Ma non sono i piedi a farmi ammutolire. La donna al posto del naso ha due buchi obliqui appena sotto l'attaccatura degli occhi. Non è un difetto di nascita, il naso è stato tagliato di netto. Eduard interviene a rassicurare la donna. Non odo nemmeno le sue parole, ancora assorto come sono sul naso mancante. Cerco di distogliere lo sguardo e fisso il muro della casa di fronte a me. Mi sbagliavo: le case non sono di mattoni, ma di cîrpici, mattonelle fatte con argilla e paglia e poi seccate al sole. I mattoni veri servono per la vendita, chi vuole farsi una casa la costruisce con i cîrpici. La differenza è che, mentre i mattoni cotti, i cărămizii, sono estremamente resistenti agli agenti atmosferici, i cîrpici si sciolgono sotto la pioggia e si sbriciolano sotto il sole d'estate. Molte di queste case dovranno essere rifatte, tra qualche anno. Piano piano gli abitanti escono dai loro anfratti. Portano abiti dismessi e logori, l'espressione è sofferente, le teste basse, la fronte rivolta a terra, lo sguardo sottecchi. Gesti che non so se interpretare come di sottomissione all' autorità, se mai ne abbiamo una, o di rassegnazione ad una vita derelitta oppure il sentore di guai in vista. I bambini sono vocianti e sporchi, ma quando ci scorgono, si avvicinano ammutoliti, timidi, forse anche un po' spaventati. Gli uomini, venendoci incontro, non riescono a decidersi su chi sia il più indicato per parlarci, come temendo di sapere il motivo della nostra visita. Si lanciano occhiate furtive, poi osservano noi. Qui quattro gagè del nostro stampo non si vedono quasi mai, se non forse per comprare i mattoni. Le donne, con i volti affaticati e le fronti corrucciate, ci osservano di sbieco con le mani sui fianchi. Sembrano infastidite, ma leggo anche curiosità nei loro occhi, come una piccola fiammella che tremula dietro le pupille nere. Intorno a noi, una triste campagna spoglia, le misere case polverose e, poco più in là, le grosse buche per l'argilla, come pozzi neri, aprono le loro bocche in un urlo muto.
Andate laggiù, vicino a Băilesti, giu a valle, a vedere come sono amărîţi, come sono derelitti laggiù”. Una vecchia romnì di Vârtop ci parlò una volta di questa piccola comunità di ilesti. Usò la parola amărîţi, che viene da amar, di facile interpretazione. Amărîţi sono gli uomini amareggiati dalla povertà, dalla miseria, dal necaz e dal nenoroc: dalla sventura e dalla malasorte. E' una parola densa di significati. Osservo l'intera scena: Eduard sta ancora parlando con la donna senza naso. Il taglio del naso è la punizione per l'infedeltà. Un terribile contrappasso che sfigura l'adultera rendendola indesiderabile. Lei tiene il suo corto bastone piantato dritto, vicino ai sui piedi fangosi. Quasi mi aspetto che Edu gli porga le tre monete perchè ci faccia traversare lo Stige. Le altre anime perdute sono in attesa, povere ombre di uomini e donne, di entrare nei loro pozzi ribollenti di pece, scavati da loro stessi, mentre i diavoli gagè gli tirano i mattoni presi dai forni fumanti. Non ho il coraggio di scattare foto. Da Dante passo a Baudelaire, e poi finalmente a Conrad. Ave, vecchia impastatrice d'argilla nera, morituri te salutant.


Chaque jour vers l'Enfer nous descendont d'un pas,
sans horreur, à travers des ténèbres qui puent.

Charles Baudelaire, Le Fleurs du Mal.

sabato 2 febbraio 2013

Numbers for the gypsies.


Hetea, shukari chej.

A problem with numbers/A number to avoid problems.

01/24/2013, corso Tazzoli gypsy camp. Turin, Italy.
Hatzeg, Aninoasa, Petrosani. Le famiglie rom del campo di corso Tazzoli vengono tutte dalla zona carbonifera della valle del Jiu, nel cuore delle terre romene. Diciannove complessi minerari di eredità socialista: ciminiere, gru e blocchi di appartamenti per gli operai. Acciaio e cemento in mezzo alle pinete dei Carpazi. Il lavoro c'era per tutti, prima della rivoluzione. Poi la caduta del regime. Gli ex dirigenti di partito si accordano con le compagnie straniere a suon di marchi e dollari, le miniere vengono vendute, chiuse e poi depredate di tutto. I magazzini svuotati, i macchinari sottratti. Migliaia gli operai senza lavoro. Privatizzazione, la chiamano. Cinquanta di quelle famiglie operaie cresciute tra i boschi e e le miniere vivono oggi nel campo di corso Tazzoli.
Florin viene da Hatzeg, una piccola cittadina a forma di ragnatela, stesa sopra un' angusta conca stretta tra i boschi ed il lago. Niente più che quattro incroci ed un lenzuolo di campi coltivati a valle delle miniere. Florin ha lasciato moglie e figli in Romania per venire qui al campo. La sua casa è appena ultimata: una baracca costruita con vecchie porte e tavolacci, sorretta da quattro pali incrociati. Dei bancali di legno la sollevano di qualche centimetro dal fango. E' ben illuminata da due finestre, ed ha persino un lampadario appeso al soffitto. In mezzo a tutto quel legno, io e Florin ci accendiamo una sigaretta. 
"Ti piace come ho fatto la baracca?" Mi domanda lui tirando una boccata. Guardo il pavimento, rivestito di pannelli di finto abete. Mi chiedo se sarei in grado di portare a termine una costruzione simile da solo.
"Sei uno del mestiere".  Lo blandisco.
"Allora me lo scrivi il numero? Così ce l'ho anch'io e non ho problemi". 
Da qualche settimana ogni volta che visito il campo porto con me un pennarello nero. Ogni tanto scrivo qualche numero, così, per rassicurare le persone. Le baracche sono state numerate dall'associazione durante il censimento, nel novembre del duemilaundici. Da allora alcune sono state spostate, o sono state abbattute e ricostruite, oppure gli è stata aggiunta una roulotte od una piccola veranda od una legnaia. Molti numeri sono stati coperti, hanno cambiato posizione insieme al pannelli di legno od alle porte su cui erano scritti. Alcuni nuovi allestimenti hanno preso il bis, così la roulotte davanti alla baracca 23 è diventata 23 bis. Chi abita le nuove baracche, che sono ormai più di quindici, percepisce il numero come una legittimazione. Cerco ripetutamente di spiegare loro che in caso di sgombero, non c'è numero che tenga. Ma di fronte alla loro insistenza accetto di numerare la baracca.
Tiro fuori il pennarello e traccio un bel 61 sulla porta di Florin. Lui ammira il capolavoro, poi mi guarda con un mezzo sorriso di soddisfazione e mi ringrazia: "Multzumesc mult, Andrej". Grazi Lascio che storpi il mio nome, e gli sorrido di rimando, condiscendente.






Deep Romania. Hetea village.

Amarcord. Memories from the depths nr° 1. 

04/15/2009, village of Hetea, jud. Covasna, Romania.
L'americano ha un nome che sa di America più di ogni altra cosa. Chuck è il diminutivo di Charlie. Charlie Todaro. I nonni migrarono in America negli anni 30, a New York. Il cognome era Totaro, dalla Puglia profonda. Ma gli americani non riuscivano a sentirla né a pronunciarla quella seconda “t”, e storpiavano il nome in Todaro. Così il melting pot ha creato una nuova famiglia. Ci incontriamo al “gipsy bar” di Valcele, un piccolo paese ai piedi delle montagne transilvane. Chuck arriva sotto una pioggia battente. Indossa un vestito liso, un maglione a righe e delle scarpe da tennis. Sotto due occhi sinceri e calmi si fa spazio un naso largo e sformato, da pugile. Un berretto di cotone nasconde un accenno di calvizie. Mi saluta e si presenta con  quella gentilezza che sembra imparata a scuola, quella “politeness” niuyorkese che a me pare un po' eccessiva però non affettata. Entriamo nel bar e chiediamo due birre. La birra transilvana più famosa è la Ursus, ma la più bevuta è  senz'altro la Ciucas, che i piccoli negozietti o i bar poco formali vendono fresca o quasi a due Lei romeni. Cinquanta centesimi di euro per mezzo litro è un buon prezzo anche per i paesini di montagna come Valcele. Mentre ci sediamo un uomo con cappello e baffi, visibilmente ubriaco, mi saluta sorridente e mi augura buona fortuna: “T-aves baxtalò muro phralo” ed io mi stupisco di sentire parlare romanès fra gli zingari rudari. Buona fortuna, fratello mio. Ringrazio e mi schermisco, perché non è il momento di confidenze alcoliche. Io ed il newyorchese sediamo e cominciamo a parlare. Di zingari ovviamente. Chuck parla un discreto romeno, con un accento americano così marcato che mi fa sorridere, ma ricorriamo all'inglese per scambiarci esperienze ed informazioni che è bene non si diffondano nel bar di paese. Chuck è giornalista, vive in Romania da quattro anni, tenendo come campo base un vecchio centro educativo per bambini rom ormai in disuso. “I live like a monk here”, mi confessa. Al campo base fa una vita da recluso. Valcele è il luogo dove si ritira per riordinare il materiale, raccogliere le idee e scrivere il suo libro. Un libro sui Gypsies naturalmente. Quando non è a Valcele, l'Americano è in giro per la Romania tra le comunità zingare. Mi racconta delle Fanfare din Cozmesti, un taraf, una banda di lăutari, di musicisti molto famosi, amici suoi. Il suo sogno è di fare qualche soldo con il libro e portare le Fanfare a New York, crearsi una sua zingarìa nel Bronx. E di sposarsi una zingara, naturalmente. Murgeni, Hetea, la Pata Ratt di Cluj, Cozmesti, Targu Secuiesc. Le comunità che ha visitato sono tante. Troppe. Sentirlo raccontare le sue esperienze mi fa sentire piccolo. Dopo una seconda birra offerta questa volta da me andiamo a casa. A rat hole, come la definisce lui. Ed ha ragione. La porta blindata si apre su un piccolo corridoio con al fondo una cucina a gas che si scorge a malapena sotto cumuli di arnesi da cucina e avanzi di cibo. Nella sua camera una presa multipla collegata a non capisco cosa pende dal soffitto. Il suo letto è imbottito di coperte, libri e piatti sporchi. La piccola libreria a scaffali e stracolma di carte, sopra una scrivania bianca un cumulo di oggetti di ogni genere, da tubi di dentifricio a tastiere del computer. Una poltrona ed un sofà polveroso, che scopro sarà il mio letto, completano il quadro. In un angolo troneggia una stufa di terracotta. Un capolavoro di artigianato rumeno, una massicciata alta due metri e spessa uno e mezzo, con fauci di ghisa spalancate e nere di fuoco. Quella che vedo io è solo metà della creatura, murata tra due stanze. Il mostro, lustro di lacca scura termo-resistente, somiglia ad una casa di cioccolato croccante. Nell'altra stanza, la vecchia aula adibita a ripostiglio, le pareti tappezzate con i vecchi disegni degli zingarelli, rigati direttamente sul muro. A terra, coloratissimi,  si ammucchiano giochi per bambini insieme a quattro pc smontati, un mucchio di legna di scarto, una tenda montata sul pavimento ed un tavolo di abete coperto di noci. Ne sgranocchio una mentre guardo i disegni sulle pareti. Raffigurano casette con comignoli fumanti, cavalli che corrono su prati fioriti e bimbi felici che giocano.
L'Americano, dopo gli onori di casa, si scusa e si rimette a scrivere il suo libro. Io preparo una zuppa di cipolle, per scaldarci un po'. Appena finiamo di mangiare mi sdraio sul divano e mi addormento quasi subito, logorato come sono da dodici ore di viaggio. Il divano è scomodo, cigolante e sformato. Mi sveglio più volte per lo sconforto,e, rigirandomi, vedo Charlie che dorme sotto le coperte, così, vestito com'era, e con il berretto in testa..
Alle dieci del mattino seguente siamo in cammino verso Hetea, un piccolo borgo di zingari rudari, non distante da Valcele ma piuttosto isolato, collegato alla civiltà da uno stretto sentiero tra gli alberi. Marciamo una buona mezz'ora prima di raggiungere il villaggio. Costeggiamo una macchia d'alberi, poi seguiamo  la strada curva a sinistra sbucando in cima ad un dosso. In basso, gettati a caso come un tiro di dadi, crocchi di casette squadrate, fatte di tronchi e lamiere, riunite quà e la a grappoli, disordinatamente cresciute lungo dei sentieri sinuosi battuti dagli zoccoli dei cavalli. Alcuni bambini giocano nei prati mentre un paio di carretti attraversano i campi diretti in città. L'immagine mi ricorda i disegni dei bimbi nel rifugio di Chuck. Ma la realtà non è così bella quando non è colorata a pastelli. Mano a mano che ci avviciniamo alle case, noto che hanno una tripla numerazione. Interrogo l' Americano in proposito, e scopro che il primo numero lo ha messo il comune di Valcele, e dovrebbe essere il civico ufficiale, quello dove arriva la posta (arriva la posta qui?). Il secondo numero, un poco più piccolo e di colore blu su targa bianca, lo ha fatto affiggere Partida Romilor, il Partito dei Rom, in funzione del loro censimento. L'ultimo lo hanno messo gli Olandesi. Sono venuti qualche anno fa. Erano di una qualche associazione di ispirazione cristiana. Hanno cominciato a costruire qualcosa  Poi hanno abbandonato tutto. Di loro sono rimaste solo le fondamenta di una costruzione di cemento, rase rase come i resti di una domus romana, vestigia di un antico interesse venuto da lontano ed ormai svanito. La Domus Olandese ed una specie di  capanno degli attrezzi fatto di rami d'albero con un Pippo sulla porta, sono tutto ciò che degli Olandesi  rimane. Oltre, naturalmente, alla terza serie di numeri civici.
Numeri che, da simboli di legittimazione, diventano testimoni dell'abbandono, metafora dell'oblio, emblema di vacuità.  Numeri per gli zingari.