sabato 27 aprile 2013

Descente aux Enfers.

Project Runway

Coffee, cigarettes and rat paws.

23/04/2013, Lungostura Lazio gypsy camp, Turin, Italy.
Nella baracca numero 47, i due fratelli Miel, Juka e Cosmin, siedono sul letto, con i capelli stropicciati e lo sguardo liquido. La sorella Daniela, inginocchiata in terra in una canotta sudata, ravviva il fuoco che arde in una bombola a gas trasformata in stufa. Oana siede vicino a me su di un vecchio divano di recupero. Su di un tavolino basso, una bottiglia di grappa mezza vuota.
Sorseggio il mio caffè, e noto che la tazza ha ancora i segni di quello precedente sui bordi. Trovo un angolo che mi pare intonso, e bevo.
Mi giro una sigaretta, il che incuriosisce molto Juka. Osserva le mie mani con attenzione. Chiudo la cartina con un guizzo di lingua ed un'abile torsione dell'indice. Gliela offro con garbo. Lui mi ringrazia e accende soddisfatto.
  "Anche io le faccio, ma con il giornale - mi spiega – ti faccio vedere come si fa. Così non spendi più i soldi in tabacco."
Mi fa segno di aspettare. Poi domanda alla sorella di qualcosa che non capisco. Da sotto il tavolino lei tira fuori una pagina di giornale piegata a busta, piena di mozziconi di sigaretta. Juka ne svuota tre dentro un piccolo brano di giornale, sistema un filtro  usato e poi chiude il cilindro, dandogli una bella leccata. Accende, dà un tiro e mi porge quella cicca di recupero: "Se non vi fa schifo, tirate una boccata". Me la offre con un fare sottomesso, con un'attitudine teneramente umile, dandomi addirittura del voi, il che, tra quasi coetanei quali siamo, dimostra un riguardo quasi imbarazzante. Come posso rifiutare senza offendere? Vieppiù che ho bevuto ormai dalla sua tazza sporca, se fumo uno dei suoi mozziconi ormai non credo cambi alcunchè. Aspiro due boccate pensando a quante patologie sono trasmissibili con la saliva. Non sembra nemmeno così male, il sapore. Prendo ancora una nota poi ripasso indietro.
  "Non spendere più bani per il tabacco ". Mi ripete. "Fai come me."
  "Ma così si può forse risparmiare un po', ma le sigarette bisogna comunque comprarle, no?" Ribatto io, ingenuo, pensando che i mozziconi vengano dal posacenere domestico.
  "Ma certo che no – insiste lui – io queste le raccolgo per strada".
Certo nessun posacenere è meglio fornito di cicche come i marciapiedi. Rimango interdetto per un secondo, ma non c'è più niente che possa fare, tranne ingoiare il rospo e sfoderare la mia poker face. Oana, accanto a me, sorride divertita.
La baracca è quattro metri per due e mezzo. Ci dormono e mangiano cinque persone. Daniela si è separata da poco. I suoi due fratelli l'hanno accolta in casa perché con il suo compagno non poteva più rimanere: "Era troppo geloso". Svela lei, attizzando, sudata, le fiamme della stufa con un pezzo di legno fumante. Il mio volto è solida pietra, eternamente scolpito nell'espressione del devoto interesse e della sincera comprensione. La osservo lì, accucciata con il culo sui talloni: il divampare vermiglio del fuoco puzzolente, da legna di scarto, il cui riverbero fuoriesce dalla bocca aperta della stufa, le illumina solo metà del viso, distorcendo ombre sui suoi lineamenti sgraziati. Il sudore le ricopre la fronte e le appiccica i capelli alle tempie. Le ascelle, appoggiate ai ginocchi, sono ornate di lunghi peli gocciolanti. Quando parla, mostra una bocca vuota di denti. Eppure non è poi tanto vecchia, Daniela. Lei confessa, senza spiegarselo, di attirare uomini gelosi. Il suo primo ed unico marito legale era anche un alcolizzato. Spesso lo ritrovavano, la mattina presto, appoggiato ad un muro, incosciente, svenuto, in un sonno comatoso. Una notte il sonno alcolico lo ha colto mente fumava, sdraiato a letto. Quando lo hanno trascinato fuori dal braciere della baracca in fiamme, la pelle ormai era carbonizzata.
  "Dalla vita in giù sembrava un maiale allo spiedo". Precisa lei, crudamente "E' rimasto cinque giorni ad agonizzare in ospedale".
Deglutisco sonoramente un sorso di caffè. Juka, forse per sdrammatizzare, mi offre della grappa. Oggi è il compleanno di suo fratello Cozmin. Tanti auguri, tanta salute, cento di questi giorni. Cozmin, seduto accanto a lui ed assorto in un mutismo alcolico, ringrazia con un sorriso vacuo.  La grappa è artigianale, di prima qualità, fatta con le prune, molto forte ma morbida e profumata. Appena la assaggio, i ricordi si risvegliano, come se la mia memoria si fosse nascosta sotto la lingua, ed io, per un attimo, mi ritrovo in Romania a sorseggiare ţuică fiartă cu piper, una grappa bollita con il pepe, servita in una lunga tazza, davanti ad una stufa di terracotta a Romaneşti, il quartiere gitano, mentre Silva l'armena mi legge il fondo del caffè. Ma forse i ricordi si mescolano.
  "Begu ha regalato a mio frate questa bottiglia di grappa, delle patate ed un pacco di caffè. Com'è il caffè, buono?"
  "Buono". Assicuro io con tono serio, baciandomi le punte unite di pollice ed indice in un gesto eloquente. Per dimostrare il mio apprezzamento prendo un'altra sorsata dalla mia tazza sporca.
  "Aveva questo pacco di caffè da un chilo che voleva buttare via perché era bucato e dentro, dice, ha trovato un picior de şobolan. Ma io gli ho detto: 'dallo a me! Io lo bevo'". Mi sorride compiaciuto. Io rimango disorientato. Ho il dubbio, anzi la speranza, o meglio l'ardente desiderio di aver capito male. Considero i possibili significati, ma chiunque parli un romeno elementare sa che şobolan è il ratto, e picior il suo piede. Il volto di Oana, che trattiene a stento il riso, mi conferma che ho inteso bene. Inghiotto il caffè galeotto e scambio con Oana un'occhiata significativa. Lei non l'ha bevuto, il caffè. Juka, versandomi un altro bicchiere di grappa, mi concede uno sguardo schietto, con i suoi occhi sanguigni iniettati di alcool. Io ricambio lo sguardo e poi, senza motivo apparente, entrambi sgorghiamo in una risata sincera e brindiamo: "Traiasca tuica!". Viva la grappa!





Sadova: Cuptor de cărămizii.
  
Flashback.

08/17/2009. Unknown village near Băilesti, Dolj, Romania.
Arriviamo a Băilesti in una rovente mattina di giugno. Entriamo in paese lungo la strada principale, ma invece di fermarci al municipio proseguiamo oltre fino a che le case spariscono, e la statale ritorna a srotolarsi nei campi. Lasciamo la macchina a bordo strada e proseguiamo a piedi lungo uno stretto sentiero che scende in un lieve avvallamento. C'è del fumo che sale in lontananza, e si sente odore di insediamento umano, anche se ancora non si vede alcunchè. Superato un dosso finalmente scorgiamo la comunità di costorari di Băilesti. Una manciata di casette misere, a mattone nudo e con i tetti di lamiera, alcune a malapena in piedi, piene di buchi od appoggiate pericolosamente su di un fianco. Noto alcuni carretti malconci tirati da cavalli smagriti, quei tipici carretti romeni con quattro ruote gommate come se ne vedono ancora tanti, specie nelle zone più povere. Tra le case scorrono degli sconnessi tratturi di terra battuta: uno di questi porta a tre curiosi manufatti di mattoni, senza alcuna apertura fatta eccezione per delle piccole feritoie in cima che, come piccoli comignoli, fumano un vapore bianco, denso. Sono cuptoarele de cărămizii, i forni per cuocere i mattoni.
Ci avviciniamo ancora, camminando quasi in fila indiana. Siamo l'equipe di contatto e mediazione di Terre des Hommes al completo. Quattro persone: Eduard, l'operatore rom che è ormai divenuto il mio Virgilio, e mi guida in nelle diverse realtà di vita delle comunità zingare. Edu, con fierezza, ostenta con il vestiario ed i modi le sue origini zingare , difficili da nascondere, in ogni caso, visto il colore bruno della sua pelle. Stefan, il responsabile delle relazioni con i gruppi di lavoro delle diverse località coinvolte nel progetto. Ha due occhi verde ghiaccio, che, se non fosse così insicuro, sarebbero un'arma formidabile nelle relazioni umane. Stefan è romeno, come lo è anche Viktor, l'autista. Quest'ultimo, non relazionandosi con nessuno tranne i nostri fornitori e l'automobile, è l'unico che non deve combattere i suoi pregiudizi. Lui odia gli zingari, punto e basta.
Mano a mano che ci appressiamo alle case scorgo nuovi dettagli: il terreno tutto intorno è privo d'erba,  Nessuna abitazione è minimamente intonacata, ed i mattoni, cotti dal sole, sono dello stesso colore scuro del selciato. Una landa bruna con delle catapecchie ombrose. Gruppetti di bambini scorrazzano inseguendo i loro giochi. Poco prima di raggiungere l'abitato, noto delle grosse buche, scavate nella terra nera senza un'ordine preciso, profonde due o tre metri. Da qui hanno estratto l'argilla per fare i cărămizi, i mattoni di terracotta.
A parte i bambini non si vede anima viva. Poi da dietro un mucchio di fascine spunta una vecchia zingara ad accoglierci.Pe cine căutaţi?” Domanda. Chi cercate? Io apro la bocca per risponderle, ma le parole mi muoiono in gola. La vecchia ha un vestito completo da costorareasă: un unico pezzo viola scuro, smanicato, che termina con una gonna lunga che lei ha però arricciato sopra il ginocchio. I piedi nudi sono ricoperti di fango, segno che la nonna stava mescolando l'argilla per i mattoni. Ma non sono i piedi a farmi ammutolire. La donna al posto del naso ha due buchi obliqui appena sotto l'attaccatura degli occhi. Non è un difetto di nascita, il naso è stato tagliato di netto. Eduard interviene a rassicurare la donna. Non odo nemmeno le sue parole, ancora assorto come sono sul naso mancante. Cerco di distogliere lo sguardo e fisso il muro della casa di fronte a me. Mi sbagliavo: le case non sono di mattoni, ma di cîrpici, mattonelle fatte con argilla e paglia e poi seccate al sole. I mattoni veri servono per la vendita, chi vuole farsi una casa la costruisce con i cîrpici. La differenza è che, mentre i mattoni cotti, i cărămizii, sono estremamente resistenti agli agenti atmosferici, i cîrpici si sciolgono sotto la pioggia e si sbriciolano sotto il sole d'estate. Molte di queste case dovranno essere rifatte, tra qualche anno. Piano piano gli abitanti escono dai loro anfratti. Portano abiti dismessi e logori, l'espressione è sofferente, le teste basse, la fronte rivolta a terra, lo sguardo sottecchi. Gesti che non so se interpretare come di sottomissione all' autorità, se mai ne abbiamo una, o di rassegnazione ad una vita derelitta oppure il sentore di guai in vista. I bambini sono vocianti e sporchi, ma quando ci scorgono, si avvicinano ammutoliti, timidi, forse anche un po' spaventati. Gli uomini, venendoci incontro, non riescono a decidersi su chi sia il più indicato per parlarci, come temendo di sapere il motivo della nostra visita. Si lanciano occhiate furtive, poi osservano noi. Qui quattro gagè del nostro stampo non si vedono quasi mai, se non forse per comprare i mattoni. Le donne, con i volti affaticati e le fronti corrucciate, ci osservano di sbieco con le mani sui fianchi. Sembrano infastidite, ma leggo anche curiosità nei loro occhi, come una piccola fiammella che tremula dietro le pupille nere. Intorno a noi, una triste campagna spoglia, le misere case polverose e, poco più in là, le grosse buche per l'argilla, come pozzi neri, aprono le loro bocche in un urlo muto.
Andate laggiù, vicino a Băilesti, giu a valle, a vedere come sono amărîţi, come sono derelitti laggiù”. Una vecchia romnì di Vârtop ci parlò una volta di questa piccola comunità di ilesti. Usò la parola amărîţi, che viene da amar, di facile interpretazione. Amărîţi sono gli uomini amareggiati dalla povertà, dalla miseria, dal necaz e dal nenoroc: dalla sventura e dalla malasorte. E' una parola densa di significati. Osservo l'intera scena: Eduard sta ancora parlando con la donna senza naso. Il taglio del naso è la punizione per l'infedeltà. Un terribile contrappasso che sfigura l'adultera rendendola indesiderabile. Lei tiene il suo corto bastone piantato dritto, vicino ai sui piedi fangosi. Quasi mi aspetto che Edu gli porga le tre monete perchè ci faccia traversare lo Stige. Le altre anime perdute sono in attesa, povere ombre di uomini e donne, di entrare nei loro pozzi ribollenti di pece, scavati da loro stessi, mentre i diavoli gagè gli tirano i mattoni presi dai forni fumanti. Non ho il coraggio di scattare foto. Da Dante passo a Baudelaire, e poi finalmente a Conrad. Ave, vecchia impastatrice d'argilla nera, morituri te salutant.


Chaque jour vers l'Enfer nous descendont d'un pas,
sans horreur, à travers des ténèbres qui puent.

Charles Baudelaire, Le Fleurs du Mal.

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