Shoeshine.
The Importance of Being Begu.
23/07/2013, Lungostura Lazio gypsy camp, Turin, Italy.
Begu entra in scena mentre sto conversando con una giovane ragazza, che scopro essere sua nipote. Saluta i presenti con un sorriso bacato, un dente di platino malmesso luccica sotto le labbra distese. Allunga la mano e me la stringe, con fare dimesso ma gentile. Sono sempre felice di incontrare Begu. Ha un tono calmo, dal timbro basso ma dalla parlata svelta, che segue il ritmo dei pensieri che si avvicendano rapidi. E' saggio, Begu. Non ha molti mezzi per tenersi informato, ma quei pochi li usa bene. Mi scopro a parlare con lui di politica, di migrazione, di società a confronto. Nella loro semplicità le sue parole sono ponderate, le sue opinioni valutate con cura, le sue argomentazioni accuratamente elaborate. Non è un tipo che parla a vanvera. Decine di tatuaggi da galeotto gli ricoprono le braccia, ma è quando sorride che lo preferisco: è un sorriso che gli impegna tutto il volto, dalla fronte al mento, e quando arriccia le labbra mostrando ciò che rimane dei suoi denti, la voce si abbassa di volume ma cresce di tono, come se il sorriso venisse dalla pancia. Qualche mese fa Begu aveva comprato un bar, pagato in contanti, e ci aveva infilato dentro persino un biliardo. Parecchia gente del campo si riuniva là, la sera, giocando a carte e bevendo birra fresca. Da qualche giorno un intervento dei carabinieri ha chiuso il bar. Esercitava senza licenza. Sai che scandalo, in un insediamento abusivo. Mi manca il bar di Begu, ora che non c'è più. Mi piaceva, dopo un pomeriggio di lavoro, infilarmi sotto il basso soffitto della baracca 21, penetrare l'atmosfera fumosa e pregna di sudore, superare il biliardo salutando i presenti e sorseggiare una birra seduto su di un sofà di recupero, magari accompagnandola a qualche salsiccia affogata nella senape. Ora che il bar è chiuso da sigilli bianchi e rossi con la scritta carabinieri, Begu riesce comunque a vendere bevande sottobanco, con grande soddisfazione mia e di tutta la gente del campo, perché poter bere una birra ghiacciata in un campo dove nessuno ha il frigorifero e la temperatura, in estate, è tropicale, non ha prezzo.
Al campo tutti sanno che la moglie di Begu si prostituisce. Ed anche la figlia maggiore. Eppure, non so perché, non riesco a giudicarlo, questo vecchio uomo, incanutito dal tempo e con i sorridenti occhi grigi affaticati dalla vita. Gli mostro le foto che Stefan, il fotografo, ha fatto qualche domenica prima, durante una giornata al campo, quando trovammo ristoro ed ispirazione proprio qui, davanti al suo bar, seduti ad un tavolino sbilenco a sorseggiare birra fresca sotto un sambuco. Con un certo stupore, noto che si emoziona a guardarle. Si sofferma su di un' immagine del nipotino, che rimira le sue scarpe lucide, indossate per noi, per farsi fotografare. Sullo sfondo, le baracche del campo. Begu osserva in silenzio, poi commenta , con una certa amarezza: "Guarda, mi sembra uno di quei bambini di strada come se ne vedono ancora, in Romania, sai?". Io rimango interdetto, e taccio. Scorrendo ancora qualche foto, arriva una bella immagine delle sue due figlie, in posa davanti alla loro catapecchia. Percepisco un fremito d'emozioni, poi osservo i peli delle braccia di Begu che si sollevano, ed un profondo sospiro si leva dal suo petto. Un soldo per i tuoi pensieri, amico mio. Nella foto successiva c'è solo la figlia minore, mentre si ravviva i capelli e guarda, sorniona, dritta in macchina. "E' bellissima vostra figlia, signor Begu". Non manco mai di rivolgermi a lui con l'espressione romena più rispettosa, quella dovuta agli anziani. "E' in Romania ora – mi spiega – fino a che non comincia la scuola la faccio stare a casa. Să scape de plaţu ăsta nenorocit.” Perchè sfugga da questo maledetto campo. Fa per restituirmi le foto, ma io declino con un gesto deciso. “Le foto sono per voi, domnu'”. Mi ringrazia, con le lacrime agli occhi, credo, ma non potrei giurarlo. Qualche minuto più tardi, mentre cammino mesto verso l'uscita del campo, mi viene in mente quel vecchio re greco, che trascina la propria figlia al sacrificio, per placare l'ira di una dea ostile e propiziarsi la vittoria in una guerra cruciale. A Begu non è bastato sacrificare sé stesso, né sua moglie. Ha immolato sull'altare anche la figlia più grande, ormai entrata nell'orbita nefasta della vita del campo. Tutto per salvare il nipote e la figlia piccola. I suoi due tesori nel cofanetto. I suoi due fiori nel letame. Mi sforzo di dipingerlo come un approfittatore, uno sfruttatore, un mostro. Mi sforzo di giudicarlo, di disprezzarlo, di detestarlo. O, almeno, di escluderlo professionalmente dalla lista degli zingari meritevoli. Non ci riesco. Domani, alla fine della giornata, so già che berrò con lui una birra fresca, all'ombra di un sambuco, e mi godrò un'altra chiacchierata da bar.
Al campo tutti sanno che la moglie di Begu si prostituisce. Ed anche la figlia maggiore. Eppure, non so perché, non riesco a giudicarlo, questo vecchio uomo, incanutito dal tempo e con i sorridenti occhi grigi affaticati dalla vita. Gli mostro le foto che Stefan, il fotografo, ha fatto qualche domenica prima, durante una giornata al campo, quando trovammo ristoro ed ispirazione proprio qui, davanti al suo bar, seduti ad un tavolino sbilenco a sorseggiare birra fresca sotto un sambuco. Con un certo stupore, noto che si emoziona a guardarle. Si sofferma su di un' immagine del nipotino, che rimira le sue scarpe lucide, indossate per noi, per farsi fotografare. Sullo sfondo, le baracche del campo. Begu osserva in silenzio, poi commenta , con una certa amarezza: "Guarda, mi sembra uno di quei bambini di strada come se ne vedono ancora, in Romania, sai?". Io rimango interdetto, e taccio. Scorrendo ancora qualche foto, arriva una bella immagine delle sue due figlie, in posa davanti alla loro catapecchia. Percepisco un fremito d'emozioni, poi osservo i peli delle braccia di Begu che si sollevano, ed un profondo sospiro si leva dal suo petto. Un soldo per i tuoi pensieri, amico mio. Nella foto successiva c'è solo la figlia minore, mentre si ravviva i capelli e guarda, sorniona, dritta in macchina. "E' bellissima vostra figlia, signor Begu". Non manco mai di rivolgermi a lui con l'espressione romena più rispettosa, quella dovuta agli anziani. "E' in Romania ora – mi spiega – fino a che non comincia la scuola la faccio stare a casa. Să scape de plaţu ăsta nenorocit.” Perchè sfugga da questo maledetto campo. Fa per restituirmi le foto, ma io declino con un gesto deciso. “Le foto sono per voi, domnu'”. Mi ringrazia, con le lacrime agli occhi, credo, ma non potrei giurarlo. Qualche minuto più tardi, mentre cammino mesto verso l'uscita del campo, mi viene in mente quel vecchio re greco, che trascina la propria figlia al sacrificio, per placare l'ira di una dea ostile e propiziarsi la vittoria in una guerra cruciale. A Begu non è bastato sacrificare sé stesso, né sua moglie. Ha immolato sull'altare anche la figlia più grande, ormai entrata nell'orbita nefasta della vita del campo. Tutto per salvare il nipote e la figlia piccola. I suoi due tesori nel cofanetto. I suoi due fiori nel letame. Mi sforzo di dipingerlo come un approfittatore, uno sfruttatore, un mostro. Mi sforzo di giudicarlo, di disprezzarlo, di detestarlo. O, almeno, di escluderlo professionalmente dalla lista degli zingari meritevoli. Non ci riesco. Domani, alla fine della giornata, so già che berrò con lui una birra fresca, all'ombra di un sambuco, e mi godrò un'altra chiacchierata da bar.
"..Any man's death diminishes me, because I am involved in mankind,
and therefore never send to know for whom the bell tolls, it tolls for thee."
John Donne. Meditations. 1624.

Non sapevo di questo blog, molto bello. Complimenti. Ho tanto da leggere, cmq vi abbraccio e vi auguro ogni bene. Luca
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